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Il coworking è una bolla pronta ad esplodere o si basa su uno sviluppo sostenibile?

images-1Sul finire del 2012 si son sentite numerose voci riguardo al futuro del coworking. Questa settimana abbiamo deciso di tradurre per voi questo articolo, che tra tutte le cose che abbiamo letto in questi mesi, ci ha colpito particolarmente. Ci è piaciuto l’approccio che Carsten Foertsch (una persona che di coworking scrive tutti i giorni e che segue il fenomeno dal sui inizio essendo co-founder di deskwanted.com e redattore di Deskmag) ha nei confronti di questo argomento. Il coworking è una bolla pronta ad esplodere? No, questi spazi di lavoro condiviso continuano a crescere ed aumentare di giorno in giorno.

Il fenomeno registra una crescita annua del 100%. Ci sono più di 60 spazi di questo tipo in una città come New York. Sono queste forse le caratteristiche di una bolla in equilibrio precario?!? Non credo, queste sono le caratteristiche di un cambiamento del mondo del lavoro, che sta vivendo la crisi economica che ha colpito diversi paesi. Ma cos’è che porta questo cambiamento a non essere una semplice bolla? Abbiamo riassunto alcune argomentazioni a favore di questa tesi, che elegge il coworking tra i fenomeni simbolo di un cambiamento sostenibile. In ogni caso non crediate che aprire uno spazio di coworking sia un lavoro semplice o un successo assicurato….

Ecco le 5 ragioni per cui la crescita degli spazi di coworking è basata su uno sviluppo sostenibile:

1. Gli spazi di coworking si autofinanziano e creano profitti reali
Abbiamo già trovato un’argomentazione convincente che supporta quanto detto prima, infatti è innegabile che gli spazi di lavoro condiviso creino un benessere reale. Quando si pensa alla bolla “dotcom” di una decina di anni fa o alla crisi immobiliare in Spagna e negli Stati Uniti, la crisi cominciò per via di prestiti di denaro ad interessi bassissimi, senza garanzie e dove domanda e offerta non erano equilibrate. La divisione del rischio crea illusioni. Le persone che fornivano denaro raramente si assumevano il rischio e la decisione di quali investimenti effettuare. Il rischio se lo assumevano, quasi interamente le persone che prendevano parte all’investimento. Questo è successo perché entrambe le parti avevano un giudizio sbagliato per via delle informazioni che arrivavano dal mercato, oppure perché gli azionisti erano totalmente allo scuro dei rischi ed erano completamente in balia delle banche. Un’altra condizione fondamentale per la formazione di queste cosiddette bolle è l’ingente esborso di capitale che affluisce sempre negli stessi posti, ma a livello globale. La maggior parte degli spazi di coworking, invece, riceve i fondi da investitori locali, le risorse comunque arrivano dal territorio dove lo spazio si trova, non operano attraverso il sistema finanziario ordinario. Sono i fondatori stessi ad investire in prima persona (e ad assumersi il rischio di investimento e gli errori in cui possono incappare), almeno per la maggior parte del capitale richiesto, chiedendo aiuto a conoscenti o comunque a entità reali. Hanno accesso a tutte le informazioni di cui hanno bisogno visto che il progetto è loro, a differenza di chi investe in progetti che non conosce e che si trovano a migliaia di chilometri di distanza.

2. Il mondo è cambiato ed è cambiata anche la richiesta di uffici
La maggior parte delle persone che usufruiscono di spazi di coworking sono liberi professionisti, stanno però aumentando anche i lavoratori subordinati, soprattutto quelli che lavorano per piccole aziende che, sempre più spesso, decidono di optare per spazi alternativi ai soliti uffici. E’ certo che la maggior parte dei coworkers lavorino nell’ambito del web e del digitale.
Con il nuovo tipo di flessibilità presente nell’attuale mondo del lavoro, la nascita di nuove tecnologie e la crescita della richiesta di servizi esterni e l’aumento dell’outsourcing, le cose stanno cambiando, in diverse parti del mondo.
Non esiste più la sicurezza che si aveva una volta avendo un contratto a tempo indeterminato, soprattutto per le nuove generazioni, sono aumentati, infatti, in maniera esponenziale i contratti a tempo determinato. Per queste ragioni è consigliabile diventare liberi professionisti ed imprenditori di se stessi, cosa che è possibile fare investendo poco denaro.
Tutto quello che serve per realizzare quanto scritto sopra è un computer, una mente aperta e buone conoscenze. È da anni che il numero di lavoratori indipendenti è aumentato, in modo particolare, quelli che hanno a che fare con Internet e la tecnologia. Chiunque abbia conoscenze specifiche e abbia voglia (e possibilità) di rischiare può scegliere questa strada.
Questo tipo di spazi offrono un ambiente per sviluppare questo nuovo tipo di impiego.
Inoltre i lavoratori indipendenti affrontano meglio la crisi e anche le piccole imprese sono meno propense a dare il ben servito ai loro dipendenti, rispetto a quelle di grandi dimensioni. Questa combinazione permette modelli di business più sostenibili.

3. Gli spazi di coworking non “mangiano” sulla crisi
La crescita economica si allontana mentre il numero degli spazi di coworking cresce. Questi spazi traggono benefici dalla crisi?
La crisi accelera la loro nascita perché offrono alternative e la soluzione ad alcuni problemi. Questi spazi non sono il risultato della crisi ma il prodotto del cambiamento di questo periodo. La crisi è solo l’espressione più visibile del cambiamento.
Il primo spazio di coworking ha aperto, infatti, in tempi non sospetti, prima dell’inizio della crisi.

4. Gli spazi dipendono dai bisogni dei loro membri
Questi spazi raramente sono in overbooking. Significa che non hanno successo? All’incirca solo la metà dei posti sono quotidianamente occupati.
Ma non dimentichiamo che non tutti i membri usano lo spazio contemporaneamente. Lo spazio è adatto a lavoratori indipendenti che vogliono lavorare in modo flessibile, quelli di dimensioni più piccole fanno più affidamento sui membri permanenti. Gli spazi più grandi possono rispondere ad un’esigenza più flessibile e quindi il fatto che uno spazio apparentemente non abbia tutte le scrivanie occupate non significa sia vuote, semplicemente gli spazi vengono utilizzati durante tutte le 24 ore e i 7 giorni della settimana.
Se uno spazio fosse sempre totalmente vuoto o pieno, inoltre, si perderebbe il senso per cui è stato ideato. Prima di tutto è impossibile lavorare in uno spazio troppo affollato, seconda cosa non si può collaborare in una stanza vuota. Uno spazio con queste finalità può sopravvivere solo se fa al caso dei suoi membri.

5. Il mercato del coworking è ben lontano dall’essere saturo
Meno del 2% di tutti i lavoratori indipendenti lavora in uno spazio di coworking. La percentuale potrebbe aumentare ma è un’opzione poco pubblicizzata (Esistono inoltre tanti luoghi comuni che difficilmente possono essere sfatati se non ci si trova coinvolti in prima persona a vivere un’esperienza come quella del coworking n.d.r.).
Essere sulla copertina di importanti pubblicazioni è il sogno di molti founder di spazi di coworking, ma non tutti gli spazi hanno la stessa visibilità. Questo tipo di realtà è molto vario (La scelta di uno spazio di coworking dovrebbe essere fatta anche in relazione alle esigenze del singolo, visto che nessuno spazio è uguale all’altro n.d.r.). Quello che potrebbe sembrare uno svantaggio in realtà è un beneficio: questo permette una crescita graduale, evitando che la domanda sovrasti l’offerta.

Conclusione
Non c’è alcuna garanzia che uno spazio di coworking abbia sicuramente successo. Chi fallisce lo fa perché non conosce il mercato e i clienti, o non sa come gestire uno spazio come questo.
Non basta pensare al coworking solo come spazio. Si tratta di vero lavoro, di rischi e di domanda e offerta.

Articolo apparso su Deskmag in data 30 ottobre 2012, scritto da Carsten Foertsch e liberamente tradotto per Talent Garden da Elisa Remondina

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