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Stereotipi a proposito del coworking, ovvero il coworking visto con gli occhi di un non-coworker!

Schermata 01-2456321 alle 12.35.22Gli stereotipi costituiscono un modo superficiale di vedere le cose. Solitamente si riferiscono ad una persona, un posto o ad un gruppo, ad alcuni permettono di passare un giudizio, senza essere valutati veramente.
Naturalmente ci sono anche stereotipi che riguardano gli spazi di coworking. La maggior parte delle persone conoscono questi spazi solo per sentito dire, ma non ci hanno mai lavorato. Abbiamo chiesto loro di dirci cosa pensano di queste iniziative e i motivi per cui non lavorano in questi spazi. Capire gli stereotipi aiuta chi li gestisce ad affrontarli meglio.
Chi utilizza regolarmente questi spazi li vede in modo diverso rispetto a chi li frequenta in modo occasionale. Da qui si arriva ad una conclusione logica. Spesso scriviamo da una prospettiva interna, quella dei coworker e delle persone che vi lavorano. In questo articolo vogliamo dare voce a chi non fa parte di questo mondo. La maggior parte degli intervistati ha sentito parlare degli spazi di coworking, ma non vi hanno mai lavorato. Le argomentazioni che sono emerse sono divertenti, altre invece un po’ tristi, ma comunque sono punti di vista interessanti (e che vale la pena tenere in considerazione), in entrambi i casi, perché sono problematiche che emergono ed emergeranno sicuramente in diversi spazi ed a qualsiasi latitudine…
Un paio di settimane fa, io (l’autrice dell’articolo Hana Hariri n.d.r.), ho parlato con Viktor. L’ho incontrato ad una festa dove c’erano, prevalentemente, coworker. Naturalmente la prima domanda che gli ho posto è stata: “Allora, lavori anche tu a Betahaus?”, la sua risposta è stato un secco, deciso e schifato: “Diamine, no!”, ovviamente ho dovuto chiedergli il perché di una così secca risposta…

5 stereotipi sul coworking:

1-“Questi spazi sono come degli allevamenti”
Viktor è un programmatore libero professionista, che fa anche installazioni artistiche, e paragona gli spazi di coworking ad allevamenti intensivi di bestiame. Questi posti per lui significano: tutti seduti uno accanto all’altro, in fila, ognuno digitando sulla tastiera del suo MacBook, come piccoli lemming. “Non fa per me”, ha continuato Viktor, “ho bisogno di un mio spazio. Ho bisogno di uno spazio dove a volte possa fare casino e altre volte dove il casino non ci sia..”, il coworking non fa parte delle opzioni di Viktor.

Lavorare in un coworking space ti dà l’opportunità di scegliere l’opzione che più si adatta a te. Generalmente questi posti offrono molto più spazio di un semplice ufficio e ci sono stanze apposite per la collaborazione fra coworker. Comunque, raramente sono totalmente pieni, dato che ogni coworker ha i propri giorni ed orari. Si può andare e venire a piacimento, scegliendo il proprio posto ed di conseguenza il proprio vicino di scrivania. Quindi questi spazi, che danno un’ampia possibilità di scelta personale, hanno ben poco a che fare con allevamenti intensivi!!

2-“Non c’è privacy”
Maja, anche lei era alla festa, fa l’agente per artisti. Era seduta vicino a me e a Viktor ed ha aggiunto: “Non fa nemmeno al caso mio. Questi spazi sono pieni di gente che ti guardano da dietro le spalle mentre tu cerchi di lavorare. L’idea non mi piace. Io ho un mio ufficio”. Maja ha poi spiegato che la prima cosa che ha fatto una volta entrata nel suo nuovo ufficio è stata cambiare posto al suo computer, così che nessuno possa vedere quello che fa. “Ho bisogno di avere un muro dietro la schiena, per fare si che nessuno possa vedere il mio monitor.” Ha poi aggiunto che questi spazi possono portare a facili distrazioni, ci sono persone che vanno avanti e indietro e si rischia di prestare troppa attenzione a quello che succede intorno a te piuttosto che al tuo lavoro.

Gli spazi di coworking sono aperti alla comunicazione fra utenti, questo è un dato di fatto. Puoi vedere e sentire altre persone che lavorano, che può essere una buona cosa, un modo per conoscersi. Se non ti va questo tipo di soluzione puoi anche scegliere degli ambienti più chiusi, dove altri non possono vedere il tuo lavoro, quello che stai facendo. Dipende da te.
Lavorare in questo tipo d’ufficio, specialmente per chi condivide la casa con qualcun altro, potrebbe rappresentare il proprio angolo di paradiso privato dover poter esprimere appieno il proprio potenziale. Comunque quella del coworking non è sicuramente la soluzione adatta ai lupi solitari, anche se potrebbero trovare interessante visitare uno spazio di lavoro condiviso occasionalmente durante degli eventi.

3-“Non me lo posso permettere”
Un altro non-coworker con cui mi piace parlare di questo argomento è il mio futuro cognato Jordi. È un mago che, non fa magie solo con le carte, ma anche con i codici QR e con i social media. Jordi trova buona l’idea del coworking, ma dato che vive in Spagna, dove la crisi ha colpito duro, semplicemente non se lo può permettere. “So che non costa molto, ma è comunque qualcosa. Sono sicuro che lavorare in una community sia fantastico, ma i soldi scarseggiano ora come ora”.
Non si possono far apparire soldi magicamente, quindi Jordi lavora da casa, dove vive con mia sorella. Ogni tanto esce ad incontrare i clienti e fare le sue magie. Quando gli ho chiesto quale fosse il suo ambiente di lavoro ideale mi ha risposto più o meno così: “Il non-ufficio. Con tutte le nuove soluzioni che ci sono oggi, con la delocalizzazione dei processi produttivi perché dovrei scegliere un ufficio quando potrei benissimo lavorare anche da un bar?”

E’ vero: lavorare da casa costa meno. Ma si guadagna anche meno, infatti lavorando solo da casa non si creano tutti quei contatti che naturalmente fioriscono in uno spazio di coworking. Da casa si sostengono tutti i costi individualmente, non possiamo non tener presente che, inoltre, i prezzi dell’energia stanno aumentando. Quindi è bello avere la possibilità di recarsi in uno spazio da condividere con altri, e condividere anche le spese. Il risparmio va oltre il mero affitto. Gli spazi creano progetti, quindi nuovi profitti. Offrono veramente di più di uno spazio riscaldato o con l’aria condizionata!

4-“Questi spazi sono troppo tecnologici”
Ann, che è una studentessa di graphic design, mi ha detto che prima o poi vorrebbe diventare libera professionista. Non ci sono tante altre possibilità per questo tipo di lavoro. Al momento lavora a Betahaus, a Berlino, ma non come coworker, bensì lavora al bar dello spazio, perciò è sempre circondata da abitanti dello spazio, per questo crede che non potrebbe mai farne parte, sostiene che: “Questo posto è pieno di programmatori e persone che fanno parte di quel mondo. Non mi dispiacerebbe condividere l’ufficio con qualcuno, ma preferirei fosse qualcuno con interessi simili ai miei”. A parte questo, la maggior parte degli spazi è “troppo tecnologica”, per via delle figure professionali che li occupano. “Credo che sia un ambiente perfetto per alcuni, ma a me servirebbe qualcosa d più modesto, meno persone e meno brusio.”.

Ammettiamo che generalmente c’è una maggioranza di programmatori e webdesigner in questi spazi. Se tu non fossi uno di loro: potrebbero aiutarti con problemi tecnologici, oppure creare il sito per la tua impresa. Comunque troverai sempre persone che lavorano in altri settori, come addetti alle pubbliche relazioni, architetti, traduttori, e avvocati. Ci sono spazi di coworking che ospitano solamente scrittori o designer di moda. Esisto spazi per sole donne, ed è solo l’inizio.
Questo settore si diversifica molto. Di questi posti ne stanno comparendo ovunque, grandi o piccoli che siano, aperti a tutti o solo ad alcune categorie di professionisti. È una buona alternativa per tutti i liberi professionisti.

5-“Sono più produttivo da casa”
C’è una categoria speciale di non-coworker, quelli che frequentano lo spazio solo per uscire di casa, come Paul, un musicista e fondatore di audiofu.com. lo si può incontrare casualmente al bar di Betahaus con il suo portatile, mentre finge di lavorare.
Gli ho chiesto come mai non è mai salito al piano superiore a lavorare nello spazio di lavoro vero e proprio. “Non ci vengo per lavorare davvero”, mi ha risposto, “Sono più produttivo da casa. Vengo qui per socializzare, conoscere nuove persone. Ne ho bisogno per uscire dalla mia tana, da casa. Non combino niente stando qui, ma stavo impazzendo chiuso in casa, quindi ho deciso di venire qui.” Per Paul coworking è più creare una rete di conoscenze che concludere e fare il suo lavoro. È un modo diverso di vedere la cosa.
Apparentemente il coworking non è per tutti. Siamo sicuri che esista il posto adatto, che soddisfi bisogni ed esigenze di ognuno (privacy, costi, dimensioni o clientela), basta cercarlo, basta volerlo. Solo gli eremiti sono praticamente impossibili da soddisfare.

Un basso livello continuo di brusio non distrae, anzi potrebbe stimolare la tua creatività. Il volume è la chiave: diventa di disturbo se troppo alto o se qualcuno ti parla quando invece non vorresti essere disturbato. La soluzione in questi casi sono le cuffie, un segno inequivocabile del fatto che non vuoi essere disturbato.
Il nostro consiglio è quello di cercare di mantenere sempre un atteggiamento amichevole. Ne varrà la pena. Questi spazi non sono solo posti di lavoro, ma sono una community dove si può imparare, condividere creare nuovi progetti. I coworker, la maggioranza, sostiene che lavorare così, nonostante il brusio e le potenziali distrazioni, li rende più produttivi e si possono concentrare meglio rispetto a quando lavoravano da casa o da un caffè. Questi spazi solitamente sono puliti e ordinati, c’è un piano di pulizie che viene seguito e applicato nell’area delle scrivanie. A volte, però, l’ambiente può anche diventare un poco caotico, specialmente per quanto riguarda l’area cucina e nella sala svago/riposo, dove nessuno si sente di dover pulire. Se il tuo lavoro richiede un po’ di disordine ogni tanto ci sono zone specifiche, apposite per questo scopo. Addirittura alcune sono dei veri e propri fablab che offrono il tipico disordine di una postazione di lavoro. 

La cosa migliore, comunque, rimane, provare per credere. La maggior parte degli spazi offre la possibilità di firmare contratti a breve termine: giorno, settimana, mese, il tempo sufficiente per farti un’idea e ricavarne le tue considerazioni.

Articolo apparso su Deskmag in data 16 gennaio 2013, scritto da Hana Hariri e liberamente tradotto per Talent Garden da Elisa Remondina

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