L’azienda che ho sempre voluto: la storia di Barbara Vecchi

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Innovazione
Barbara Vecchi, Hopenly

Dati: un elemento chiave per ogni business per posizionarsi sul mercato, studiare la concorrenza e i propri clienti, definire una strategia vincente. Fondata nel 2014, Hopenly si occupa proprio di questo: aiutare le aziende ad ottimizzare il proprio patrimonio dati per ricavarne un vantaggio competitivo. Un team eterogeneo, agile e veloce, guidato da un’imprenditrice che ha lasciato la propria carriera di psicologa per lanciarsi in un’impresa che rispecchiasse appieno i suoi valori. Abbiamo intervistato proprio lei, Barbara Vecchi, founder di Hopenly, membro di Talent Garden Fondazione Agnelli.

Quando e come è nata l’idea di Hopenly? Di cosa si tratta esattamente?

Hopenly è nata da un sogno e da un rimpianto. Il sogno di realizzare l’azienda che vorrei; il rimpianto di aver lasciato la ricerca scientifica, senza averci provato abbastanza. Il sogno di un’azienda di successo, dove il successo è il benessere, mio e di chi lavora con me. Dove il benessere è professionale di competenze espresse, di apprendimento continuo e retribuzioni congrue e dignitose, non diverse tra uomini e donne. Mi si è presentata l’opportunità di creare un’azienda con questi valori e con l’opzione di avere come core business il metodo scientifico applicato alle funzioni aziendali in diversi settori di business.

Da psicologa sei diventata imprenditrice. Quale leva ti ha spinta a tuffarti in questa avventura?

Sono una psicologa con una formazione di tipo cognitivista, una tesi di neuropsicologia della memoria semantica, e una da psicoterapeuta sistemica. I processi cognitivi sono sempre stati una mia passione, così come la complessità, tanto studiata per comprendere le relazioni e i contesti. Ho svolto un’attività di ricerca sia durante gli anni di università che durante il tirocinio post-laurea e successivamente. Creare un’azienda che si occupa di Data Science (quindi di ricerca) per prendere decisioni (processi cognitivi) in situazioni complesse nel business, per esempio la customer experience, la previsione delle vendite e le frodi, è stato trasferire nel business tutto quello che avevo imparato nei miei percorsi di psicologia clinica. Una seconda motivazione riguarda il fatto di volere un’azienda diversa, diversa per cultura, età e scolarità, che potesse competere nei mercati globali. L’internazionalizzazione sarà la grande sfida 2019, pianificata in questi ultimi due anni.

Quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato nell’avvio della tua attività?

Il grande problema dell’avvio dell’attività è stato comunicare in modo chiaro quello che facevamo. Ho chiesto una consulenza in merito, ma l’innovazione è difficile da comunicare, si fatica a trovare copy in grado di scrivere i contenuti, i consulenti in grado di supportarti nella definizione dell’offerta sono veramente rari in Italia. Hopenly ha come core business la Data Science, un concetto poco conosciuto ancora oggi e che ancora fatichiamo a rendere fruibile. Per ovviare al problema finanziamento ho deciso di autofinanziarmi attraverso la consulenza, così oggi abbiamo i nostri primi prodotti. Gestire il flusso economico non è stato, e non è ancora facile, ma ci si esercita e ci si misura con questo difficile compito e pian piano si impara. Con umiltà tutto si impara e facendo networking si trova anche chi ti può aiutare.

Perché avete deciso di unirvi alla community di Talent Garden Fondazione Agnelli? Quali sono gli aspetti del lavoro nel campus che preferite?

Siamo nati in un coworking, quello di Knowbel: lì abbiamo condiviso gioie e malumori, entusiasmi e frustrazioni, ci siamo aiutati reciprocamente anche solo a parole, a volte nei fatti. Abbiamo viaggiato insieme a San Francisco. Nel nostro processo di espansione nelle città italiane e all’estero, il coworking è il modello più funzionale alle nostre esigenze e poter avere lo stesso partner in diverse città è molto comodo e funzionale. Possiamo avere una scrivania in diverse città a costi sostenibili e scalabili a seconda dei nostri bisogni. Abbiamo frequentato prima Talent Garden Calabiana a Milano, ci siamo trovati molto bene e quando ci è nato il bisogno di un ufficio a Torino, non abbiamo avuto dubbi.

Digital Transformation: le aziende sono veramente pronte a cambiare?

Molte aziende non sono pronte alla digital transformation, le resistenze sono ancora tantissime. Proprio ieri eravamo in un’azienda di grandi dimensioni per la realizzazione di un Proof Of Concept e i nostri referenti ci hanno detto di aver coinvolto due ragazzi giovani perché gli altri più Senior erano molto diffidenti. “Non vogliamo decidano le macchine”. Da monopolisti di una nicchia di mercato, devono far fronte alla costante nascita di concorrenti, nuove aziende in alcuni casi, dinamiche e veloci. A loro non resta che competere per difendere la posizione e devono migliorare e accelerare processi e decisioni, non hanno alternative. Non hanno paura di perdere il posto di lavoro per fallimento dell’azienda, ma temono le macchine, una paura atavica, molto di pancia. Non c’è da stupirsi visto il momento socio-politico.

Che cosa caratterizza un team di lavoro vincente?

Un team vincente è un team eterogeneo, in tutti i suoi significati:

  • Età diverse
  • Generi vari
  • Culture e lingue diverse, perché diversi sono i paesi di origine
  • Culture di studi universitari
  • Interessi e passioni diverse
  • Caratteristiche personali e di personalità che si completano e si stimolano reciprocamente.

Grandi valori:

  • Rispetto
  • Curiosità
  • Supporto reciproco
  • Sana e corretta competizione

Che consiglio daresti a una ragazza che deve avviare la sua carriera?

Dare consigli non è mai facile, sono frutto dei tuoi errori, delle tue frustrazioni, della tua storia di vita, quindi risentono tanto di me, ma ci provo. Essere molto curiose di tutto, curiose di contenuti specifici che si possono approfondire con studi universitari e successivi. Viaggiare tanto anche stando in Italia, frequentando persone di diverse culture e pensieri; se si può viaggiare fisicamente anche meglio. Vedere, vivere, assaporare luoghi diversi permette di farsi un’idea di cosa significa complessità. La si conosce quindi si impara a gestirla e diventa una competenza fondamentale, che permette di competere come individui nel mercato del lavoro e come aziende nei mercati globali. Devono stare molto attente a quello che vogliono realizzare nel breve periodo e, tendenzialmente, nel lungo periodo; perché devono permettersi di sbagliare strada ogni tanto, per vivere pienamente.