Serendipity: istruzioni per l’uso

L’idea di progettare qualcosa di casuale può sembrare paradossale: per avere le idee più chiare è necessario fare un passo indietro, non troppo breve, fino al 1754, anno in cui Horace Walpole, ispirato dalla fiaba persiana Three Princes of Serendip, conia per la prima volta il termine serendipity, riferendosi alla capacità dei tre protagonisti di fare continue scoperte di cose che non stavano cercando.

Ma quale è il significato di serendipity?

La parola si è evoluta nel tempo assumendo sfumature diverse a seconda del contesto. Nell’ambito di quello che viene definito Human-Centered Design, Sebastiano Bagnara e Simone Pozzi collocano la serendipity a metà strada tra casualità e ordine: da una parte la possibilità di incontrare informazioni inaspettate che ci è data dall’ambiente, dall’altra la nostra capacità di interpretarle e di tradurle in intuizioni o idee.

È possibile, quindi, progettare degli spazi che siano capaci di stimolare la serendipity?

In alcuni esempi interessanti possiamo trovare la risposta. Oggi nella mitica Silicon Valley si parla di engineering serendipity. Da queste parti conoscono bene il potere del caso nello stimolare l’innovazione, in particolare rispetto alla dimensione dell’incontro, capace di catalizzare l’intuizione e la creazione di idee. Grandi aziende come Google e Pixar sono particolarmente attente alla progettazione dei rispettivi spazi di lavoro, nei quali cercano di incentivare la collisione casuale tra i loro dipendenti; è inoltre curioso come, coerentemente con questa esigenza, nel 2013 Yahoo richiamò nei suoi uffici i dipendenti che lavoravano da casa proprio perché quest’ultimo spazio inibiva la capacità di innovare e collaborare.

Un caso particolarmente interessante e recente è quello di Spark Collaboration, una startup di New York, che ripropone l’idea dei Randomised Coffee Trials progettati nel 2012 da Jon Kingsbury e Michael Soto all’interno di Nesta, charity innovativa che aiuta le persone e le organizzazioni a dare vita a grandi idee. La sua piattaforma permette di far incontrare in maniera randomizzata i dipendenti di un’azienda davanti a un caffè o per il pranzo. Questi esempi mostrano come attraverso la progettazione degli spazi o l’uso di strumenti tecnologici sia possibile incoraggiare i propri dipendenti a interagire con persone diverse rispetto a quelle che frequentano abitualmente.

Riassumendo, a cosa serve la serendipity?

L’obiettivo in tutti questi casi è quello di creare le condizioni per la diffusione delle idee, ma soprattutto per sbloccare quelle che si trovano ancora nella testa dei dipendenti e che aspettano solo una serie di fortunate condizioni per poter essere liberate. Attraverso l’incontro e confronto, specialmente con persone con una forma mentis diversa dalla nostra, possiamo infatti stimolare il pensiero creativo e il lateral thinking, ovvero la capacità di osservare ciò che abbiamo davanti da diverse angolazioni.

Alla luce di questi esempi progettare spazi e strumenti capaci di stimolare la casualità sembra avere un senso, soprattutto in contesti che si occupano di innovazione. Tuttavia rimane fondamentale la nostra capacità di saper leggere e interpretare gli eventi che ci si presentano davanti perché, come ci ricorda Louis Pasteur,

la fortuna favorisce la mente preparata.

 

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