Empatia virtuale e rituali moderni: come rompere il muro del digitale

La nostra vita lavorativa in questa nuova normalità ibrida continua a caratterizzarsi per dialoghi e relazioni che si sviluppano davanti ad uno schermo. La connessione che cerchiamo di creare con l’altra persona passa ed è vincolata infatti alla nostra connessione online.

E qui si apre il grande dibattito: l’empatia può passare dai bit del computer o ha bisogno degli atomi per generarsi? Una tribù può ancora danzare attorno a un totem virtuale?

Per rispondere a queste domande, è necessario iniziare soffermandosi sulla definizione di empatia per comprenderne appieno le caratteristiche.

Cos’è l’empatia?

L’empatia, definita come la capacità di comprendere stato d’animo, comportamenti ed emozioni altrui, è una caratteristica tipica delle relazioni umane. 

Secondo i concetti esposti nel saggioLa civiltà dell’empatia” scritto dall’economista e saggista statunitense Jeremy Rifkin, l’uomo moderno è naturalmente predisposto all’empatia, intesa come capacità di immedesimarsi negli altri – uomini o animali – attraverso i cosiddetti neuroni specchio, così da sentirne le sofferenze, le gioie, le fatiche ecc

Quindi l’empatia viene attivata dai neuroni specchio che si attivano selettivamente sia quando si compie un’azione (con la mano o con la bocca) sia quando la si osserva mentre è compiuta da altri. Sempre secondo Rifkin “sono circa 20.000 anni che non siamo più homo sapiens sapiens, ma homo empathicus. Leghiamo tra di noi, socializziamo, ci occupiamo l’uno dell’altro, siamo cooperativi […] Ci basiamo su tre colonne portanti per il nostro benessere: la socializzazione, la salute (igiene e sanità, nutrizione), e la creatività.” 

È chiaro dunque che creare empatia con il nostro interlocutore è un bisogno primario che si attiva naturalmente attraverso i sensi. Ma cosa accade se uno schermo si frappone tra mittente e destinatario? In uno studio pubblicato sulla rivista Cyberpsychology, Behavior and Social Networking, i ricercatori Riva, Wiederhold e Mantovani esplorano questo tema usando la neuroscienza per spiegare come lo smart working abbia cambiato il modo in cui il nostro cervello vive e interpreta l’esperienza lavorativa.

Nella ricerca emerge come l’impossibilità di utilizzare il contatto visivo e lo scambio di sguardi, i principali strumenti utilizzati per generare attenzione congiunta, riduce il coinvolgimento del gruppo, la performance collettiva e la creatività. In questa prospettiva, un uso efficace della tecnologia richiede di reimmaginare il modo in cui il lavoro viene svolto virtualmente.

Serve quindi una nuova e originale forma di empatia, l’ ”empatia virtuale”, che tenga in considerazione questo nuovo contesto e che dia vita a nuove pratiche e rituali per permettere di creare connessioni reali in un mondo virtuale.

Rituali moderni: il vero collante della comunità

Esatto, riti. Un insieme di norme, prestabilite e vincolanti, che aiutino l’uomo ad appagare la necessità di appartenenza a un gruppo e a dare un senso alla realtà complessa.

Uno dei principali studiosi del rito, Ernesto de Martino, conferma che “il rito aiuta l’uomo a sopportare una sorta di crisi della presenza che esso avverte di fronte alla natura, sentendo minacciata la propria stessa vita”. Ecco che quindi, di fronte all’incertezza del mondo digitale, costruire dei rituali può supportare la comunità di persone che gravita attorno all’azienda nello sviluppare un senso di appartenenza reale e profondo anche in contesti ibridi. 

Ma come si sviluppano riti moderni e digitali?

Non esiste una ricetta perfetta, ma è fondamentale partire dal purpose, dai valori e dalla cultura aziendale per iniziare a ragionarci. In questo processo di ri-scoperta dell’azienda, è fondamentale porsi la domanda: tolte le mura di un ufficio, cos’è che tiene insieme le persone che ci lavorano?

Il resto diventa assolutamente consequenziale. Dalla netiquette da mantenere durante una call, all’utilizzo di sfondi virtuali per aumentare il senso di ingaggio: tutto ciò che rende visibile l’invisibile, che dà voce ai valori e li rende reali attraverso i bit è valido e diventa rituale.

Per questo, le aziende del futuro saranno quelle che riusciranno nell’impresa di rendere concreto attraverso narrazioni, rituali e simboli (i nuovi totem digitali!) il senso di appartenenza alla tribù. Indipendentemente che lo spazio di ritrovo siano le scrivanie o una video call.

In conclusione, è chiaro che l’empatia è alla base delle relazioni umane e per innescarla nei contesti virtuali è importante mettere le persone nella condizione di “attivare i sensi” e di creare rituali digitali assimilabili. 

 

Perchè la vera rivoluzione del lavoro sta nell’ampliare il campo di gioco dell’homo empathicus, dall’atomo al bit e viceversa, per incrementare la qualità delle connessioni qualunque sia il mezzo a disposizione.

Giulia Pagan

Corporate Transformation Senior Strategist | Talent Garden

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